L'antico significato del viaggio...
"Le persone non fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone." John Steinbeck, Viaggio con Charley, 1962
In un'epoca in cui non esiste punto della Terra che non sia facilmente raggiungibile in qualche giorno, ha ancora senso la parola viaggio? Spostarsi da Firenze a Roma in un'ora e mezzo o da Milano a Palermo in due ore, attraverso un segmento spaziale di cui si conoscono solo gli estremi, può essere definito viaggio?

La parola viaggio viene dal latino, da viaticum, con cui si indicavano le provviste che servivano per il cammino. Ma chi si metteva in viaggio non portava con sé soltanto provviste: la bisaccia, il bastone e una lettera di raccomandazione divennero i segni di riconoscimento del viaggiatore e, più tardi, del pellegrino. Si trattava per lo più di un viaggio a piedi: non tutti potevano permettersi il lusso di viaggiare a cavallo.

Viaggiare e camminare divennero allora due parole interdipendenti: il viaggio era un cammino, da intendersi non soltanto come semplice spostamento da un luogo all'altro. Ciò che contava era quello che si incontrava o si poteva incontrare, ciò che era in mezzo a quello che noi oggi immaginiamo come un semplice segmento spaziale.

Nella lingua inglese, la parola che indica il viaggio è travel, che ritorna anche in francese in travail, il cui significato è lavoro, e nella parola italiana travaglio. Il viaggio è dunque anche fatica, il cammino era anche sofferenza. Non si poteva viaggiare senza provare alcuno sforzo. Colui che si metteva in viaggio sapeva che ciò era sempre rischioso: lungo la strada avrebbe sofferto non soltanto la fatica, ma anche la fame e la sete; forse, con un pò di fortuna, avrebbe trovato una locanda aperta, ma era molto probabile che il suo tetto per la notte sarebbero state le stelle; avrebbe attraversato boschi e campi, villaggi in cui si sarebbe fermato per chiedere indicazioni e fonti in cui avrebbe sostato per riempire la borraccia. Egli avrebbe abbandonato un luogo sicuro e conosciuto, per affrontare l'imprevedibile, ciò che era oltre la collina, oltre le strade note.

Viaggiare era allora anche mettersi alla prova, scoprire sé stessi passo dopo passo. La fatica ed il rischio erano il prezzo da pagare per arrivare alla meta, alla fine del proprio viaggio, che ormai abbiamo capito essere non soltanto un semplice spostamento fisico, ma soprattutto una crescita interiore, il cui punto finale corrisponde alla meta reale, somma dei punti, delle esperienze e degli incontri lungo il cammino...

E allora che senso ha chiamare ancora viaggio uno spostamento in treno o in aereo?